Scuola Secondaria Statale
“G.B. Alberti”
Cose belle da Montichiari
Daniela Ruffini
Dal 25 gennaio al 5 febbraio sono stata, per 7 volte, a Montichiari, destinazione la Scuola Secondaria Statale “G.B. Alberti”, dove ho tenuto il percorso “Noi apparteniamo alla razza umana?!” agli studenti del primo anno.
Ho impostato l’incontro in modo da stare tutti insieme la prima ora per raccoglierestimoli, riflessioni, domande, osservazioni sul tema, mentre nella seconda si lavora in gruppo. Ogni gruppo riceve un cartellone con fotografie, frasi, articoli e brevi racconti. I ragazzi devono scegliere una cosa da presentare ai compagni quando la classe si ricompone.
In ogni incontro sono accadute cose belle, ho voglia di raccontarne alcune.
Un giorno, mentre mi spostavo da un gruppo all’altro per ascoltare o chiarire un dubbio, sono stata chiamata dal gruppo blu. Il cartellone in questione è particolarmente ricco di stimoli sotto forma di fotografie e piccoli brani. Mi ero già avvicinata a loro un paio di volte, procedevano a vele spiegate, un piacere ascoltarli mentre discutevano.
Quando li ho raggiunti, gli occhi di tutti brillavano di una comune eccitazione: volevano parlare di una fotografia e presentare l’Uomo di colore.
Uomo di colore
Io, uomo nero, quando sono nato ero Nero
Tu, uomo bianco, quando sei nato, eri Rosa
Io, ora che sono cresciuto, sono sempre Nero
Tu, ora che sei cresciuto sei Bianco
Io, quando prendo il sole sono Nero
Tu, quando prendi il sole sei Rosso
Io, quando ho freddo sono Nero
Tu, quando hai freddo sei Blu
Io, quando sarò morto sarò Nero
Tu quando sarai morto sarai Grigio
E tu mi chiami uomo di colore!!!
“Va bene”, rispondo, ma mi accorgo che c’è dell’altro, perché l’eccitazione ora è pure nei gesti, nei movimenti. Vorrebbero parlare tutti, ma lasciano la parola al portavoce:
“Possiamo, possiamo presentare - Uomo di colore -… RAP?”
“MA CERTO!!”, dico con entusiasmo, pensando ai regali che possono arrivare quando le briglie della creatività sono sciolte.
Sono elettrizzati. Li lascio perché immagino debbano fare le prove.
Quando è il loro turno li presento dicendo: “Il gruppo blu ha una sorpresa per noi”.
Si sono suddivisi i ruoli: mentre il portavoce legge “Io-uo-mo ne-ro…” stile rap, gli altri producono suoni con la voce e seguono il ritmo.
E’ stata davvero una bella sorpresa, i compagni seguivano divertiti e piacevolmente stupiti. Alla fine è partito pure l’applauso spontaneo.
Un’altra mattina, il gruppo arancione è composto - se non ricordo male - solo da femmine. Stanno lavorando con impegno. Mi muovo da un gruppo all’altro, quando vedo una delle ragazze con il braccio alzato. Mi avvicino: “Hai bisogno?”.
“No, ho alzato la mano per prendere la parola”. In quel gruppo, le mani continueranno ad alzarsi per rispettare l’ordine d’intervento. Non mi sembra ci sia alcuna ostentazione da parte loro. Gli altri usano modalità differenti.
Non posso fare a meno di pensare a tutti quei contesti che vedono adulti parlare contemporaneamente, magari ad alta voce!
Altro giorno, altra classe. Quattro cartelloni, quattro gruppi. Passano pochi minuti, nel gruppo blu c’è un po’ di maretta. Vedo facce lunghe, imbronciate. Discutono animatamente. Mi avvicino, chiedo come procede il lavoro. Spiegano in tre o quattro, voci sovrapposte. Conflitto in corso, contrapposizione… femmine contro maschi. Non sono d’accordo sull’argomento da presentare agli altri, o meglio, ci sono interpretazioni diverse rispetto alle motivazioni che hanno fatto scegliere il brano ”Uomo di colore”. Nel gruppo il conflitto, vero e proprio, è tra due femmine e due maschi, da quel che ho capito osservandoli e ascoltandoli da… due amiche e due amici.
Le femmine “accusano” i compagni di aver scelto “Uomo di colore” perché li ha fatti ridere mentre lo leggevano. I maschi controbattono dicendo che hanno riso perché fa ridere, ma fa anche riflettere.
A quel punto mi rivolgo agli altri dicendo che il conflitto scoppiato nel gruppo blu si merita tutta la nostra attenzione. Contiene tanti ingredienti che ci riallacciano al lavoro svolto durante la prima ora, quando si è parlato di differenza, di imposizione, di prevaricazione.
Per metterli, tutti quanti, nella condizione di esprimersi, leggo ad alta voce il testo “Uomo di colore”.
Più o meno, questo è il raccolto:
- il testo è divertente perché l’uomo bianco, che cambia colore a seconda delle circostanze, chiama uomo colorato l’uomo nero che resta sempre uguale,
- il testo fa ridere, ma è anche serio perché fa pensare,
- se uno ride non vuol dire che è razzista.
Faccio una sintesi: quanto accaduto ci insegna che si può ridere di una cosa (perché è buffa, ci svela qualcosa, ci fa riflettere) e prenderla molto seriamente.
Gli animi sembrano rasserenati, il broncio è scomparso. Siamo pronti per ascoltare un altro gruppo.
Il suono della campanella, alla fine, fa svuotare l’aula in pochi secondi. Resto per recuperare i cartelloni sparsi, sgonfiare il mappamondo, staccare il manifesto e mettere tutto nella grande cartella nera. Un’ultima occhiata alla classe, metto a fuoco il contenuto di un paio di cartelloni appesi e mi viene da ridere: conflitti, come nascono, come si affrontano.
Il mappamondo è uno strumento importante. Quando chiedo se qualcuno vuole gonfiarlo si alzano sempre decine di mani e un coro di: “Io, io, lo faccio io”.
La stessa cosa succede quando chiedo se qualcuno vuole venire alla lavagna per scrivere le parole dette dai compagni durante la tempesta di idee.
Il mappamondo serve per indicare i continenti, i paesi di cui si parla, le rotte degli schiavi e se alle pareti ci sono delle carte geografiche, verificare se hanno mai sentito parlare di Gerardo Mercatore o Arno Peters.
Il mappamondo, per varie ragioni, non lascia mai indifferenti. Averlo tra le mani permette, quasi sempre, di scoprire qualcosa. Qualcuno vorrebbe anche giocarci, giustamente, perché è un pallone.
Dico ai ragazzi che il mappamondo lo avrei potuto lasciare a casa, perché il mondo è seduto tra i banchi. Chiedo se ci sono ragazzi che provengono da altri paesi e il mondo risponde all’appello: Serbia-Croazia-Senegal-Albania-Ghana-Pakistan-Colombia-Romania-India-Marocco e altri ancora.
Ultimo giorno a Montichiari, ultimo incontro. Abbiamo parlato di razz-a-razz-e, razzismo, nazismo, segregazione, immigrazione, stranieri e altro. Hanno partecipato con interesse e osservazioni pertinenti. Prima di dividerli in gruppi, leggo la storia della scimmietta e del pesciolino perché voglio che si riposino. E’ una storia breve e incisiva, ha come protagonisti due animali, ma in realtà parla degli uomini.
Ho appena iniziato a leggere, quando vedo che alcuni di loro si sono sistemati per ascoltare meglio: testa sul banco, piegati in avanti, come se stessero dormendo, ma gli occhi sono aperti e seguono le vicende della scimmietta e del pesciolino con curiosità crescente. Mi piacciono troppo, scatto una fotografia con gli occhi. Fotografia immateriale per il mio archivio immateriale.
Negli incontri, il 27 gennaio, giorno della memoria, è stato presente in modo consistente nella tempesta di idee. A turno, le mani alzate dicevano: ebrei, campi di concentramento, Hitler, sterminio, Mussolini, morte, vita, persone, uomini.
Qualcuno pensa che il razzismo sia nato con Hitler, ma basta, per esempio, scrivere sulla lavagna una data - 12 ottobre 1492 - per ritrovarci a parlare di schiavitù, tratta degli schiavi, commercio di uomini e piantagioni.
In tutti gli incontri ci siamo chiesti cosa fare con il punto di domanda e il punto esclamativo del titolo: “Noi apparteniamo alla razza umana?!”.Tenerli, lasciarli, eliminarne uno… quale?
Spesso, mentre li ascoltavo, mi sono chiesta: ”Chissà come reagirebbero i genitori vedendo i loro figli partecipare così attivamente”.
Daniela Ruffini - BresciaMondo

